Ancor prima della fine dei titoli di testa mi è già cascato il mondo addosso. L'aspettativa di vedere un bel documentario sul "piede sinistro di Dio" si è tramutata in profonda depressione.
Colpa di tutto una fatidica scritta: "in collaborazione con Rai fiction e Rai cinema". Rapido il pensiero che di documentario non si sarebbe più trattato, ma si cercasse invece di adattare la storia a fiction per massaie. Detto fatto. Non si sa perchè la più grande capacità della Rai sia quella di puntare sempre tutto sul cavallo più scarso, pensando di vincere a mani basse, usando per le scommesse i nostri soldi. E allora non stupiscono le scelte di mettere alla regia certo Marco Risi, famoso per aver girato "Vado a vivere da solo" con Gerry Calà, onorare di un cameo Pietro Taricone, ma sopratutto basare la storia su quello che già tutti sanno e non su cosa si vorrebbe sapere. E il bello è proprio che tutto ciò l'avrebbero potuto fare, prendendo per esempio spunto dalle celebri interviste di Gianni Minà, dipendente della Rai stessa e grande appassionato di Maradona. Unico salvagente, da mezzo voto in più in pagella, la scelta dell'attore interprete della vita adulta del campione, che negli atteggiamenti e nelle camminate sembra il vero sosia.
Il film è imbarazzante. Segue un filo conduttore che sembra collegare e far risalire tutte le disavventure di Maradona al trauma infantile di essere caduto in un pozzo di scolo mentre cercava di recuperare il suo amato pallone perduto. Il Diego bambino, che nuota ansimante e sperduto nella melma, riappare nella mente dell'adulto ogni qual volta quest'ultimo è in difficoltà o strafatto di coca.
Quest'incubo, però, si risolve nel finale quando questi decide di uscire dal tunnel della droga e redimersi. Proprio qui riappare un ultima volta il fatidico sogno, in cui adesso, metafora psicanalitica di Risi, il bimbo invece che continuare a lottare per rimanere a galla ritrova la palla e viene soccorso.
Per il resto c'è ben poco da dire. La prima parte, quella relativa alla giovinezza e alla iniziale ascesa nel mondo del calcio argentino, è anche discreta. Con piccoli gesti e frasi vengono enfatizzati alcuni caratteri del Maradona uomo: la passione per il calcio, la lealtà verso i compagni, l'amore verso la madre e il rispetto verso il padre. Poi, con il passaggio alla fase adulta, gli avvenimenti della vita di Maradona iniziano ad essere raccontati in modo frenetico, troppo, come se nella pellicola non si potessero mettere tutti, e quasi a compilare una lista della spesa. Il suo vero rapporto con la coca e sopratutto con la camorra sono solamente accennati e per nulla sviscerati. Il dramma dell'accusa per doping è ritratto come una botta di sfortuna di un giorno e niente più. L'unico lato approfondito è il rapporto conflittuale con la moglie, che lui tradisce più volte ma che in realtà si rivelerà la sua unica e onnipresente ancora di salvezza.
La pecca più grande è che il regista sembra volersi sforzare e godere nell'evidenziare solo le debolezze e gli errori, senza esaltare mai i caratteri del Mito che è rimasto nella storia. Maradona appare quindi molte volte un succube e disfattista piagnone che non appassiona e che francamente non sarebbe mai stato ricordato come quella figura carismatica, ribelle e sbruffona tanto amata dal pubblico. Sarà vero? o è un'altra interpretazione risiana?
Gli unici momenti di "vero Maradona" appaiono quindi solo nelle scene di repertorio inserite, fortunatamente in buon numero, per riassumere le sue vicissitudini calcistiche.
In attesa che Emule finisca di scaricarmi Maradona byKusturica posso solo augurarmi che quest'ultimo sia riuscito a rappresentare non tanto un Maradona più reale o più veritiero, quanto almeno più interessante e coinvolgente. Uno a cui anche Dio, accortosi della grandezza, abbia deciso di dare una mano.
Voto: 3,5
sabato 17 aprile 2010
martedì 13 aprile 2010
Recensione film: Duro da uccidere
Negli anni '90 i polizieschi li sapevano ancora fare. Storie semplici ma efficaci, di quelle che sai già più o meno cosa succederà, e allora usi il tempo rimanente per goderti l'azione.
Pochi effetti speciali -non servivano a riempire buchi come nel cinema di adesso-, musiche elettroniche da pianola a dare ritmo, stuntmen coi controcazzi nelle sequenze in macchina, vetrine e negozi sfondati, raffiche di pallottole a distruggere intere scenografie. Ci metti dentro Steven Seagal e arriva anche la violenza bruta.
La scusa per uccidere è vendicare la moglie, assassinata al posto suo durante un agguato di poliziotti venduti. Il mandante è un senatore, colto e filmato da Steven a intrallazzare con dei mafiosi. Dopo 7 anni di coma, eredità dello scontro a fuoco, il nostro entra in un vortice di vendetta e lotta per la sopravvivenza, in cui saranno in molti ad assaggiare i suoi pugni. Mentre gli altri lo affrontano armati, lui le pistole le usa solo quando ha fretta. Per i pesci grossi preferisce le mani, recitando ogni volta un epitaffio per la vittima di turno. Poi sono solo botte da orbi, polsi spezzati, calci in faccia, stecche da biliardo a lacerare arterie e colli spezzati come crackers.Lui impassibile, sempre, usa solo tre espressioni in tutto il film. Unica eccezione sono i due interminabili minuti in cui esce dal coma, epici perchè si potrebbe scambiarli per un orgasmo simulato.
Una sola morale: a Steven è meglio non cagare il cazzo.
Voto: 6,5
Pochi effetti speciali -non servivano a riempire buchi come nel cinema di adesso-, musiche elettroniche da pianola a dare ritmo, stuntmen coi controcazzi nelle sequenze in macchina, vetrine e negozi sfondati, raffiche di pallottole a distruggere intere scenografie. Ci metti dentro Steven Seagal e arriva anche la violenza bruta.
La scusa per uccidere è vendicare la moglie, assassinata al posto suo durante un agguato di poliziotti venduti. Il mandante è un senatore, colto e filmato da Steven a intrallazzare con dei mafiosi. Dopo 7 anni di coma, eredità dello scontro a fuoco, il nostro entra in un vortice di vendetta e lotta per la sopravvivenza, in cui saranno in molti ad assaggiare i suoi pugni. Mentre gli altri lo affrontano armati, lui le pistole le usa solo quando ha fretta. Per i pesci grossi preferisce le mani, recitando ogni volta un epitaffio per la vittima di turno. Poi sono solo botte da orbi, polsi spezzati, calci in faccia, stecche da biliardo a lacerare arterie e colli spezzati come crackers.Lui impassibile, sempre, usa solo tre espressioni in tutto il film. Unica eccezione sono i due interminabili minuti in cui esce dal coma, epici perchè si potrebbe scambiarli per un orgasmo simulato.
Una sola morale: a Steven è meglio non cagare il cazzo.
Voto: 6,5
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Recensioni film
mercoledì 7 aprile 2010
Recensione film: Soul kitchen
Zilos Kasantzakis è uno sfigato. Gestisce una bettola senza futuro che ha chiamato soul-kitchen, dove invece che cibo per l'anima, cucina cotolettazze di pesce bisunte e wurstel alla griglia per gente da dopolavoro ferroviario.Anche la tipa l'ha lasciato, per andare a vivere in Cina. Una vita nostalgica, sottolineata dalle musiche greche, basata sul tirare avanti e vedere cosa succede, appesantita dall'uggia della periferia di Amburgo. Risollevata, di tanto in tanto, da qualche bevuta o serata carica.Il locale è la sua vita e riesce inizialmente a risollevarlo ingaggiando uno chef rissoso, tradizionalista e mago dei coltelli, appena licenziato da un ristorante di lusso perchè rifiutatosi di servire -giustamente- un gazpacho caldo: un idolo. Zilos, giunto ora all'apice del successo, si vede però invischiato, durante tutto il film, in una serie di rocambolesche situazioni per salvare il suo ristorante da una vecchia conoscenza, un' immobiliare affarista, ma soprattutto dall'inettitudine e la idiozia del suo fratello maggiore, ladruncolo e giocatore d'azzardo, utile al film quanto della sabbia nelle mutande.
Nella prima parte del film sono rimasto sorpreso. C'è ritmo, spensieratezza ed anche qualche perla d'ironia. Tutto è poi crollato, col tentativo di inserire qualche specie di nuova storia d'amore, moltiplicando le imprese del fratello piantagrane a trascinare avanti l'agonia del protagonista -e di chi lo guarda- , ma soprattutto culminando in un crescendo finale di banalità e prevedibilità sconcertanti, sia nelle azioni sia nei dialoghi, come se allo sceneggiatore fosse venuto di pacca un ictus.
Soul-kitchen-Survivor avrebbero cantato gli Stones. Meno male che il "kitchen" non c'era.
Voto: 5
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Recensioni film
martedì 6 aprile 2010
'ORCOZZIO!!!!!
Chiara P. aspetta l'arrivo della pizzaaa...; Camilla C. ha dei capelli assurdi oggi; Giorgio G. ha rivisto il suo amore; Marco F. saluta il giudice Sante Licheri (rip); Giulio M. organizza per il Marocco; Laura D. si commuove vedendo Tiziano Ferro e Laura Pausini.
Mi fermo qua, ma potrei andare avanti per ore, forse ere. Il problema è: se non hai niente da dire, non dirlo. Non me ne frega una mazza di quello che fai, anzi mi irrita!
Devo dire che in realtà facebook lo apprezzo. Spesso ne ammiro l'utilità quando leggo perle rare nelle bacheche di amici geniali o quando mi fumo due sigarette di fila per vedermi tutti i possibili filmati di comici, satiri o gente che cade, postati sempre dai suddetti. Altre volte, invece, mi fa proprio schifo, come in una serata arida come questa, quando vedo gente che si suppone tenga il computer perennemente acceso a scrivere tutto ciò che gli succede ogni 5 minuti.
Ed io notoriamente, ogni tanto, sputo sul piatto in cui mangio.
Una di quelle volte che, durante scorpacciate di alette fritte del McDonald, becchi tra i denti la fatidica scaglia di cartilagine di ginocchio di pulcino. E allora rinneghi tutto, contorto tra i conati e gli spasmi esofagei.
Stasera mi gira così, e solo vedere l'iconcina di facebook su Chrome mi fa venire il nervoso.
Nel mentre: mi è caduto un capello, ho un dito arrossato, la tastiera scrive peggio, sono inciampato andando in bagno, ho mangiato la cioccolata, ho visto un film, è saltata la luce, mi fumo una sigaretta e non trovo la ciabatta.
Seconda figata del blog: sfoghi personali.
Mi fermo qua, ma potrei andare avanti per ore, forse ere. Il problema è: se non hai niente da dire, non dirlo. Non me ne frega una mazza di quello che fai, anzi mi irrita!
Devo dire che in realtà facebook lo apprezzo. Spesso ne ammiro l'utilità quando leggo perle rare nelle bacheche di amici geniali o quando mi fumo due sigarette di fila per vedermi tutti i possibili filmati di comici, satiri o gente che cade, postati sempre dai suddetti. Altre volte, invece, mi fa proprio schifo, come in una serata arida come questa, quando vedo gente che si suppone tenga il computer perennemente acceso a scrivere tutto ciò che gli succede ogni 5 minuti.
Ed io notoriamente, ogni tanto, sputo sul piatto in cui mangio.
Una di quelle volte che, durante scorpacciate di alette fritte del McDonald, becchi tra i denti la fatidica scaglia di cartilagine di ginocchio di pulcino. E allora rinneghi tutto, contorto tra i conati e gli spasmi esofagei.
Stasera mi gira così, e solo vedere l'iconcina di facebook su Chrome mi fa venire il nervoso.
Nel mentre: mi è caduto un capello, ho un dito arrossato, la tastiera scrive peggio, sono inciampato andando in bagno, ho mangiato la cioccolata, ho visto un film, è saltata la luce, mi fumo una sigaretta e non trovo la ciabatta.
Seconda figata del blog: sfoghi personali.
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sfoghi personali
lunedì 5 aprile 2010
All you need is blog... na nana nana
Giorno 1: primo post del blog.
Vorrei evitarlo ma mi dicono che porta bene. Dato quindi che il mio unico obiettivo è quello di raggiungere il Milione di visualizzazioni per beccarmi più soldi possibile da Google, partire con la sfiga addosso non va.
Questo blog è nato a caso. In realtà ho solo aperto blogger per vedere com'era, ma poi mi sono esaltato e ho passato due ore a smanettare su impostazioni e layout e anteprime solo per vedere cosa sarebbe potuto venire. Alla fine mi ci sono inconsciamente affezionato, al punto da volermi prendere due lezioni di html per rifinire un po' di particolari..
Adesso che ho un blog, non mi sforzerò a tutti i costi a condividere idee, recensire film o videogiochi, parlare di politica o di attualità solo per farlo. Tuttavia, se ce ne sarà occasione o motivo, lo farò, ma soprattutto lo farò quando mi andrà. E' questa, per me, la figata di un blog: quando hai un'idea, sai dove scriverla.
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